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Quando le dighe diventano di moda

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di Anna Vallerugo, Gazzettino di Pordenone 20 settembre 2005

Le dighe del Pordenonese approdano sui media nazionali, ma non si tratta di articoli confinati alla stampa specialistica, ma di un ampio servizio apparso sulle patinate pagine del mensile Amica. Nel numero di ottobre fa una strana impressione, tra un consiglio di bellezza e gli ultimi diktat in fatto di accessori, imbattersi in ben sette pagine dedicate ai monumenti di ingegneria idraulica di casa nostra: da Redona a Ravedis, da Ca’ Selva a Barcis, tredici belle foto di Sergio Ghetti accompagnano il dettagliato pezzo di Lucia Esther Mazzucchelli, "Introduzione al dighismo". Una vera scientifica disciplina, dichiara l’autrice: "Andar per dighe richiede propensione alla fatica, capacità da detective, molta passione per l’architettura e amore per la montagna". E prosegue con una chiave di lettura che suggerisce a noi, che alla loro massiccia presenza abbiamo ormai fatto l’abitudine, di guardare con occhio diverso alla loro maestosità: "Raggiungere una diga è operazione complessa, e anche trovarle non è semplice", scrive Mazzucchelli. "Eppure non sono piccole, tutt’altro; ma si nascondono: dietro una curva, al di là di una vallata, in fondo a una strada stretta. Poi compaiono, di sorpresa, e l’emozione è forte. - e prosegue elencandone le bellezze: "l’imponenza, la curvatura dei muri, la forma squadrata dei canali di scarico, la perfezione delle acque stagnanti del lago che si forma sotto tonnellate di cemento". Il pezzo si conclude con i "percorsi consigliati" e con un paio di note stonate, nei chilometraggi: le distanze riportate tra le dighe sembrano essere prese in linea d’aria (per es. Barcis-Redona, 12 chilometri: per raggiungerle in auto, in realtà, se ne percorrono più di venti). E la "annessione" della diga di Sauris tra quelle della provincia di Pordenone: peccati veniali.

(pubblicato il Dicembre 2008)