Il progetto "Grande Vajont"

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Introduzione

Oggigiorno in molti conoscono la vicenda della diga del Vajont, grazie soprattutto allo spettacolo di Paolini e al film di Martinelli. Diviene imperativo quindi ricordare e portare rispetto alle vittime della tragica ondata della sera del 9 ottobre 1963.

In questo sito, però, si cerca di valutare gli impianti idroelettrici dal punto di vista tecnico, abbandonando per un istante le implicazioni di carattere etico/umano, immancabili in opere di queste dimensioni. Dal punto di vista tecnico, qualora si voglia discutere sull’intero sistema idraulico costruito attorno al fiume Piave, non si può fare a meno di dedicare del tempo per l’impianto del Vajont, poichè esso avrebbe dovuto rappresentare il cuore di tutto il sistema, una riserva pressochè inesauribile di acqua, e quindi di energia idroelettrica.

E’ impossibile parlare delle dighe del Piave senza nominare il Vajont, d’altro canto senza il bacino del Vajont, l’impianto del Piave è rimasto mutilato: passando oggi su tali dighe, e trovandole mezze vuote, si ha la senzazione di approcciarsi a opere del passato, a grandi giganti che un tempo furono forti, ma che ora sono prossimi alla morte; ciò è sintomatico del come negli anni cinquanta l’energia idroelettrica era una risorsa potente, mentre oggi non può competere con le centrali termoelettriche, per non parlare di quelle nucleari. Osservando il Vajont dal punto di vista tecnico, non si può fare a meno di provare tristezza, poichè si pensa agli sforzi eroici che furono fatti per un’opera che si è resa inutile, che in realtà non è mai stata produttiva, e che di fatto con la perdita di tale bacino anche le altre dighe del piave hanno perso valore, rendendo evidente per la prima volta (verso gli anni 60) la necessità di trovare altre forme di energia.

Oramai, con i repentini cambiamenti climatici che hanno caratterizzato questi ultimi tempi, l’unica risorsa che possono offrire le dighe è quella di contenimento piene, cioè bacini di grandi dimensioni, che rimangono costantemente vuoti, e che si riempiono solo qualora ci sia la piena, per liberarla in seguito con modalità meno distruttive; a tale scopo dovrebbe servire la diga di Ravedis, ma osservando la lentezza dei lavori di costruzione, e le immani polemiche che qualsiasi progetto con un certo tipo di impatto suscita (si veda in questi giorni il progetto per il Treno Alta Velocità in Val di Susa), è facile intuire che di dighe non se ne costruiranno più, e che diverranno presto inutilizzate, riavvicinandosi in tal senso al ’simbolo’ del Vajont.

Talvolta fa sorridere il pensiero di immaginare, tra molti anni, delle persone che osservano curiosi questi ’muri di cemento’, apparentemente inutili e dagli arcani poteri, in maniera similare a come oggi noi osserviamo le piramidi Egizie o i templi Maya, dimenticando che per molti di noi, nel passato, quelle opere hanno segnato l’intera vita.

Il Grande Vajont

La crescente richiesta di energia elettrica nel dopoguerra creò le condizioni che portarono a progettare e costruire l’enorme diga del Vajont. Questa diga alta 266 m, che consentiva di creare un bacino di 150 milioni di m3 d’acqua, avrebbe consentito il regolare funzionamento delle centrali idroelettriche durante tutto l’anno, anche durante i periodi meno piovosi.

Per farsi un’idea si tenga presente che la diga del Vajont conteneva più di 1 volta e mezza la somma dei volumi d’acqua di tutti gli altri bacini dell’impianto dell’alto Piave. Si può capire come, in tal senso, era in progetto un’ulteriore galleria per mettere in comunicazione tale immenso bacino con gli impianti del Cellina, ovvero Barcis(Ponte Antoi) e Ravedis (quest’ultimo all’epoca già nella mente dei progettisti), allo scopo di regolarizzarne il funzionamento.

Particolarità del serbatoio del Vajont è che il livello del massimo invaso, a quota 722 m, è superiore di 40 m al livello piezometrico della galleria principale di derivazione, o per dirla con parole più semplici, il serbatoio del Vajont non può essere riempito dal serbatoio di Pieve di Cadore, poichè quest’ultimo ha come quota di massimo invaso 683m; d’altra parte il torrente Vajont stesso non è in grado, causa la sua esile portata, a riempire un bacino di tali dimensioni. Le portate del serbatoio del Maè, che sono derivate a quota 850m sarebbero idonee per il riempimento del bacino del Vajont fino a quota 722m, comunque si è preferito adoperare anche le acque proveninti dal Boite (800m), per avere una maggiore riserva con cui arrivare al massimo invaso, e garantire in tal senso il funzionamento continuo della centrale di Soverzene.

L’energia posseduta dal dislivello tra il bacino del Vajont e il livello piezometrico della galleria di derivazione viene quindi convertita in energia elettrica dalla centrale del Colomber, ricavata in caverna ai piedi della diga. Tale centrale quindi era destinata a funzionare quando il bacino era pieno o quasi, e consentiva in tali condizioni lo scarico delle acque verso il serbatoio di Val Gallina, e quindi a Soverzene per utilizzare il salto residuo.

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Planimetria della diga del Vajont

Nella figura si vedono tutte le condotte che arrivavano alla diga, partendo dall’alto a sinistra si vede la galleria principale che proviene dal serbatoio del piave, con sbocco a quota 600m, la galleria proveniente dalla centrale di Gardona (585m); passando sul lato destro della figura notiamo i 3 scarichi della diga, nonchè la presa per la centrale (583) e la presa per Val Gallina - Soverzene (591). Si può notare come la galleria principale può bypassare l’intero bacino semplicemente percorrendo il ponte-tubo. In basso a destra si nota la centrale del Colomber, è interessante notare come all’uscita della turbina Francis sia presente un pozzo piezometrico, allo scopo di ’filtrare’ le spinte idrostatiche che altrimenti dovrebbero scaricarsi sulla condotta principale.

Si tenga presente che, tramite la cabina comandi centralizzata, era possibile manovrare le varie paratoie e quindi gestire in remoto il complesso sistema di condotte; ovviamente tutti i locali erano comunque accessibili per le eventuali manovre manuali.

La diga del Vajont fino al 9 ottobre 1963

Riportiamo qui il susseguirsi degli eventi, commentati facendo tesoro della documentazione in nostro possesso.

1926-1958

In questo periodo cresce e si sviluppa il progetto del Grande Vajont, partendo dalla scelta di costruire la diga a valle del ponte del Colomber (ipotesi del prof. G.Dal Piaz del 1928), e scartando l’ipotesi fatta in precedenza (prof. J.Hug di Zurigo del 1925) di costruire la diga nella stretta del ponte di Casso; questa scelta permise di costruire una diga molto più alta, con il compromesso di dover impermeabilizzare le spalle della diga nella zona del colomber, poichè il calcare in tale zona, chiamato calcare del Colomber, era permeabile.

Infatti l’ipotesi del prof. J.Hug indicava la zona migliore per erigere la diga, secondo i mezzi dell’epoca, quando però si scelse effettivamente di costruire la diga nella zona proposta da Dal Piaz (più tardi, nel 1937), le difficoltà tecniche che rendevano fino a quel momento impossibile l’impermeabilizzazione del Calcare del Vajont erano state superate. Furono fatti anche dei sondaggi per testare la tenuta dell’intero bacino, cui segue la relazione di Dal Piaz del 1930, in cui sostanzialmente non si notavano movimenti franosi rilevanti, bisogna aggiungere, però, che all’epoca le principali attenzioni erano rivolte alle spalle della diga, e non ai fianchi del serbatoio.

Nel 1937 viene presentato il progetto della diga del Vajont, nella zona del Colomber, con diga a quota 660m, e in allegato relazione di Dal Piaz.

Nel 1939 l’ing. Carlo Semenza formula l’idea di realizzare il complesso sistema Piave-Boite-Maè-Vajont.

Nel gennaio del 1957 a progetto si innalza il bacino a quota 722.50m, vengono fatti sondaggi per determinare la stabilità delle zone di Erto, sella di S.Osvaldo, ma sostanzialmente non vengono rivelate anomalie preoccupanti, l’interesse è ancora concentrato sulle imposte della diga, che per l’appunto iniziano a essere costruite. Oltre alle relazioni di Dal Piaz esistono quelle del prof. Leopold Muller, che parla di alcune possibili masse instabili sulla piana del Toc (la più grande di circa 1 milione di m3), che potrebbero facilmente essere asportate, (si badi bene: non è la Frana del 1963, scoperta più tardi e all’epoca nemmeno immaginata), inoltre il prof. Muller, geomeccanico, aveva lavorato anch’egli alle imposte della diga, suggerendo peraltro la realizzazione di un interessante modello geomeccanico per studiare il comportamento della diga e del calcare del Vajont alle sollecitazioni create con la formazione dell’invaso.

Nell’agosto del 1958 iniziano i getti per la costruzione della diga, mentre il 19 ottobre 1958Dal Piaz scrive una nuova relazione riguardante la strada in sinistra Vajont, in cui si evidenzia come eventuali movimenti franosi saranno di scarsa entità.

1959

22 Marzo, frana nel serbatoio di Pontesei, valutata di circa 3 milioni di m3, e che rappresenta il primo campanello di allarme che porta a eseguire nuove indagini sul serbatoio del Vajont. Il prof. Muller incarica il geologo Edoardo Semenza (figlio di Carlo), a eseguire una serie di indagini sull’intero bacino, Semenza sarà affiancato in seguito da F.Giudici.

Fine agosto 1959 E.Semenza scopre l’esistenza di una grande frana che comprende il pian del Toc e il pian della Pozza, e avanza l’ipotesi che questa massa possa muoversi con l’invaso.

Novembre 1959, indagine geosismica del prof. P.Caloi riguardo la supposta Paleofrana, con risultati discordanti da quelli di E.Semenza, in sostanza Caloi nega l’esistenza della frana, parallelamente continuano le indagini di E.Semenza, il cui programma di studi è stato formalizzato da Muller.

1960

La diga è già eretta per i due terzi, in febbraio inizia l’invaso sperimentale, e già da subito si inizia a notare movimenti franosi, infatti in primavera vengono posizionati vari capisaldi allo scopo di misurare i possibili movimenti; il 9 luglio una nuova relazione di Dal Piaz nega, in sostanza, l’esistenza della paleofrana, mentre in settembre terminano i getti per la costruzione della diga.

Verso la fine di Ottobre i movimenti si accentuano, compare una minacciosa fessura perimetrale a monte della massa della paleofrana (la famosa M di Muller, secondo Paolini), ma soporattutto, il 4 novembre, con l’invaso a 650m, una frana di circa 700.000 m3 scivola nel lago, provovando un ondata di circa 2m, senza conseguenze per cose o persone. Tale frana è allarmante, subito arrivano Muller, E.Semenza, e si concorda di abbassare lentamente il livello dell’invaso, ciò causa l’arresto dei movimenti della frana, inoltre si progetta la galleria di sorpasso, ovvero una galleria che consentisse di mettere in comunicazione la diga col resto del bacino qualora la frana lo dividesse in due parti.

1961

Il 3 febbraio Muller consegna il suo rapporto sulla frana, in cui sono riportati i risultati di E.Semenza/F.Giudici, in sostanza viene preso atto dell’esistenza della paleofrana, e si danno indicazioni sui possibili rimedi, tra i quali cementare la frana, o provare a farla cadere con grandi mine (inattuabile e costoso), o anche creare delle gallerie di drenaggio dell’acqua all’interno della frana (probabilmente, benchè difficilmente attuabile e con il senno di poi, ciò avrebbe migliorato la situazione, purtroppo però non fu mai attuato); in sostanza Muller non consigliava l’abbandono del bacino, ma anzi incentivava nuovi studi per capire al meglio la dinamica della massa in gioco e controllarne i movimenti, Muller pensava di riuscire a creare una sorta di frana lenta e controllata, che avrebbe consentito di far cadere nel lago a poco a poco la massa franosa, in maniera sicura.

In primavera inizia la progettazione di un modello idraulico per simulare gli effetti di una grande frana nel serbatoio, le prove continuano fino all’anno successivo. Da luglio fino a ottobre si installano 4 piezometri sulla frana, per conoscere il livello dell’acqua al suo interno.

Il 30 Ottobre muore Carlo Semenza, probabilmente l’unico che aveva la capacità e le possibilità per gestire una situazione critica di questo genere.

In ottobre inizia il secondo invaso, che arriva a quota 700m nel novembre del 1962, e causa nuovi movimenti della frana.

1962

Il 20 aprile muore Dal Piaz, che fino all’ultimo non ha ammesso l’esistenza della paleofrana.

Il 3 luglio il prof. Ghetti consegna la relazione sulle prove fatte sul modello idraulico del bacino, viene stimata come di assoluta sicurezza la quota di 700m, purtroppo, benche il modello sia esatto (come ben spiegato nel libro di Claudio Datei), inesatta fu la stima del tempo di caduta della frana, giudicato ben più lento di quello che in realtà avvenne. In definitiva il prof. Ghetti fece un buon lavoro, ma i dati che possedeva riguardo i tempi di caduta della frana, erano errati, e quindi la quota di sicurezza da lui data era errata. Si scoprì in seguito che i fenomeni distruttivi di un’eventuale onda che tracimasse la diga possedevano legame esponenziale rispetto al tempo di caduta della frana, quindi i 30m d’ondata ipotizzati da Ghetti divennero 250m, perchè la frana non cadde in 1 minuto (tempo minimo ipotizzato), ma in meno di 30 secondi.(chiaramente sono considerazioni col senno di poi)

1963

In marzo la gestione dell’impianto passa dalla SADE all’ENEL, e ciò causa ulteriore confusione in termini di gestione e comprensione del problema frana.

Verso fine giugno vengono superati i 700m, e i movimenti della frana ricominciano (circa 0.5 cm al giorno), tuttavia, (in modo totalmente irresponsabile), al posto di abbassare l’invaso si continua a invasare, raggiungendo, alla fine di agosto, i 710m.

In settembre la velocità della frana aumenta e raggiunge i 2cm al giorno, il 18 settembre si decide per lo svaso, ma si inizia a svasare solo il 26 settembre(questo ritardo è probabilmente causato dalla gestione ’più macchinosa’ dovuta all’ENEL ).

Il 9 Ottobre 1963 curiosamente c’è una riunione a Praga del Comitato Internazionale Grandi Dighe, con discussione sulla opportunità o meno di fare serbatoi in valli che abbiano avuto dei franamenti. (Nessuna decisione)

Alle 22.39 la grande massa scivola nel serbatoio, generando un’ondata di proporzioni immani, che tracima la diga, e distrugge i paesi a valle, più di 2000 le vittime.

Conclusioni

La prima cosa da dire è che per avere una visione chiara della vicenda, non è sufficiente limitarsi a vedere lo spettacolo di Paolini o il film di Martinelli, è necessario invece procurarsi i vari libri in commercio, leggerli e farsi una propia opinione personale.

Appare evidente però, una gestione dell’emergenza prudente e intelligente fino alla morte di Carlo Semenza, infatti si procedeva agli invasi, si misuravano gli spostamenti, e si cercavano metodi, eventualmente interpellando altri esperti, con cui gestire la frana.

Dalla morte di Semenza in poi, purtroppo, sembra quasi che si punti al massimo invaso non preoccupandosi molto della frana e dei suoi movimenti, e il semplice fatto che molti tecnici ENEL, morirono il 9 ottobre 1963, induce a pensare che ben pochi sapessero, o avessero compreso appieno, il potenziale pericolo incombente. A tal proposito è illuminante una citazione del libro di Edoardo Semenza, in cui racconta che il 9 ottobre ebbe la possibilità di parlare con un conoscente di Longarone, il quale gli disse che si sapeva dei movimenti della frana, e che molto probabilmente la sera stessa sarebbe caduta, ma che probabilmente le conseguenza sarebbero state dei lievi tracimamenti dalla diga. Questa persona è perita, insieme a molte altre, il 9 ottobre. Questo è sintomatico di come perfino i non tecnici ENEL supponessero quando la frana sarebbe caduta, ma nessuno si sentiva in reale pericolo (e per reale pericolo si intende quello che fa fuggire). Francamente questi comportamenti risultano difficilmente comprensibili: come potevano i tecnici ENEL, che erano alloggiati nelle baracche vicino alla diga, dormire, sapendo che dall’altra parte del lago vi era un monte che scivolava sempre più dentro il bacino? Veramente nessuno immaginava una frana con modalità così distruttive? Probabilmente non lo sapremo mai, ma possiamo fare una considerazione: quando progetti maestosi iniziano ad avere a che fare con le forze della natura, essi acquistano il potere di comandare il destino degli uomini, e l’uomo perde il potere di controllare ciò che ha creato.

(pubblicato il Giugno 2010 — modificato il Aprile 2010)